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Le erbe della salute e della tavola
Farmacopea naturale
Oggi, scienza ed esperienza permettono un’ampia e certa conoscenza delle virtù curative e salutari delle erbe, un tempo riservata solo ad alchimisti ed eremiti: e dunque per un occhio attento e in grado di decifrare l'intricato alfabeto delle varietà vegetali, foreste e prati sono un mirabile scrigno di opportunità, pronte ad essere saggiamente usate in cucina come in erboristeria.
Basta addentrarsi nei boschi del territorio per incontrare piante come l'Hepatica nobilis, riconoscibile per le foglie cuoriformi e i fiori color lilla, il cui infuso è ottimo per i dolori al fegato. Nel sottobosco meno soleggiato ci si può imbattere nell'Elleboro nero, una pianta di medie dimensioni, dalle foglie ampie e molto frastagliate ed i fiori di un bel color bianco, chiamata anche “Rosa di Natale” perché fiorisce d’inverno: considerata da sempre panacea per ogni male, viene oggi usata con cautela, poiché in dosi massicce diviene velenosa.
Sui terreni calcarei e ben soleggiati cresce l'Iperico o “Erba di S. Giovanni”, i cui fiori giallo oro svettano a più di un metro d'altezza: un tempo era usato per curare pazzi e indemoniati e per alleviare la malinconia amorosa; oggi l’infuso dei fiori è un astringente ed espettorante, mentre l’olio di iperico può essere applicato su ferite o su una schiena dolente.
In tarda estate ai margini di viottole si può incontrare la Linaria o “Erba strega”, graziosa pianta dai fiori simili alle bocche di leone, il cui estratto è un potente diuretico e l'unguento che se ne ottiene aiuta a guarire da foruncoli ed emorroidi.
Il Vischio, pianta che non ha radici ma sugge la linfa direttamente dal tronco del suo ospite (acero o melo selvatico) è usato per abbassare la pressione sanguigna; i Druidi invece, antichi stregoni celtici, lo somministravano agli epilettici.
La toilette di Cleopatra
Anche la vanità aveva un suo posto nella farmacopea della foresta. La Saponaria è una bella pianta con fiori a cinque petali, rosa o bianchi, e le foglie opposte molto lanceolate: foglie e radici se schiacciate nell’acqua danno una schiuma saponosa che toglie le macchie d’unto dai tessuti; mescolata ad un infuso di rosmarino diventa uno shampoo profumato che non brucia gli occhi. I Romani la usavano nei bagni e nelle terme per curare la pelle. Dall’Atropa belladonna, pianta dalle grandi foglie ovali, che cresce rigogliosa anche nelle falde del monte Còmero, le signore del cinquecento ricavavano l’atropina, sostanza che spruzzata sugli occhi causava una vistosa dilatazione delle pupille che le rendeva miopi ma bellissime; contro gli occhi arrossati o stanchi usavano invece un distillato ottenuto dal Fiordaliso.

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