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Nell’Appennino profondo e segreto
(Balze - Bagno di Romagna)
(Lunghezza: 19 km circa. Tempo di percorrenza: 7-8 ore)
C’è sempre un eremita
Qui c’è sempre stato un eremita che ha coltivato silenzio e pace affinché si spandessero all’intorno: il primo fu Alberico che, lasciata la città e gli agi, vi si ritirò tra V e VI secolo vivendo da anacoreta ed operando miracoli; oggi c’è fratel Vincenzo Minutello, un pugliese barbuto, saio scuro, ospitale ma schivo. E’ giunto qui nel 1962 per aiutare il conterraneo don Quintino Sicuro nell’opera enorme di riedificazione fisica e morale dell’eremo.
Don Quintino Sicuro, il rifondatore
Don Quintino è legato intimamente a questo luogo, che ha rifondato e riconsacrato con il suo esempio, l’apostolato silenzioso, la dura penitenza, la carità infinita. Vi arrivò nel ’54 quando l’eremo era cadente ed abbandonato: in pochi anni lo ricostruì ed ampliò, facendone un luogo ove ritemprare ed educare lo spirito. Don Quintino è morto nel 1968: riposa in un masso d’arenaria che ha scavato con le sue mani, posto all’aperto, di fronte alla chiesa, al sole ed al vento. Per lui è in corso una causa di beatificazione, promossa da quanti lo conobbero ed amarono.
Dentro la chiesetta, un altare è formato da un piano di pietra ricavato da un masso che la tradizione vuole essere stato il letto di Sant’Alberico: su di esso, nella festa del 29 agosto, è consuetudine appoggiarsi per devozione e guarire da malattie intestinali e dalle ernie.
Giù per “le scalette”
Riprendiamo il cammino. La mulattiera pianeggia nello scorrere sull’alto di un fosso, punteggiata di continuo da maestà, poi scende all’improvviso incidendo un enorme scoglio: quest’ultimo tratto di 400 metri, che porta ad un piazzale sottostante, è chiamato “le scalette” perché v’erano degli scalini incisi sul masso.
Verso la Cella di S. Alberico
Sul piazzale - ove giunge una sterrata proveniente dalla SP.130 - prendiamo sulla sinistra una viottola accompagnata da muri che costeggiano la parete boscosa. Prima ripidamente, poi in gradevole ascesa ci dirigiamo per pratoni ondulati verso la Cella di S.Alberico: via via essa appare al centro di un pianoro tondeggiante, difeso da alte vette, coronato da folte abetine e faggi, percorso da due rami del torrente Para: è uno di quei paesaggi maliardi che poche volte la natura offre. Riparato dai venti, è un ambiente privilegiato per la vegetazione malgrado i 1000 metri d’altezza.
La grancia che forniva travi alla basilica di S. Pietro
La Cella oggi è disabitata. Il complesso si è formato attorno al monastero camaldolese fondato da San Pier Damiani. Era una piccola comunità monastica ed una unità produttiva o grancia, con 6 poderi: la vasta “faggiuola” della Cella forniva pregiato legname, usato anche per la costruzione della Basilica di S. Pietro. Il monastero nel 1822 passò a privati che lo trasformarono in abitazione.
Sotto le piramidi
Lasciando La Cella, la strada diviene mulattiera accompagnata da abeti e faggi; poi, guadato il fosso del Liscio, è un sentiero che s’inoltra tra ampi prati fino ad un cancello sul colmo della conca che abbiamo attraversato: sui rotondi poggi che la chiudono a destra spiccano i ruderi del ex rifugio “A. Mussolini”, mentre sulla sinistra incombono le “piramidi” che costituiscono il versante nord del massiccio del Fumaiolo.
Continua...

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